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2017, Recensione, Videogiochi

Il tunnel carpale di Destiny

Mi sembrava giusto rendere un tributo al gioco che più ho odiato negli ultimi due anni: Destiny.

Come tutte le review che si rispettino, quando non c’è qualcosa da dire, l’unico modo per rendere il contenuto del testo brillante è cominciare a parlare di noi stessi: ad agosto 2015 decisi che era l’ora di prendere una PS4 e finirla di fare il barbone a casa degli amici per giocare alle varie ‘robe’.
In quel periodo lavoravo in contesti e in strutture ristorative (bar all’aeroporto di Fiumicino) quindi il tempo era poco e nelle ore di svago che riuscivo a ritagliarmi, mi stavo dedicando ad un retrograming pesante, emulando giochi PS1 sul pc, quindi mi dissi “c’è tempo”.
Dello stesso avviso o pensiero non fu il destino (Ah!) che mi propose un’offerta di lavoro da classico commento cinematografico: stipendo doppio e più tempo libero. Non me lo sono fatto dire due volte e cambiai lavoro. Sì, se potessi tornare indietro, non accetterei ma tant’è. Vado a lavorare in un albergo, 09:00-16:00 orario di lavoro ad appena 10 minuti di treno da casa mia. Mi ritrovavo così l’intero pomeriggio per scrivere, andare a proiezioni stampa, leggere, uscire con la ragazza o con gli amici e giocare. Era il momento buono, attendere la fine di novembre per l’accredito dello stipendio (quattro cifre ciccionissime) e prendere magari un boundle PS4.

Con i soldini sul conto corrente, andai a prendere quel bundle in offerta, 249 Euro per PS4 da 1TB e Battlefront. Ottimo. Torno a casa, monto la ‘macchina’ e via, tutto perfetto, tutto bellissimo, anche quel leggero prurito alla mano sinistra.
Una sera poi il blackout, la mano si addormenta definitivamente. Per un paio di giorni trascuro, poi mi preoccupo. Un collega mi dice che forse è per la cattiva alimentazione (?), vado dal medico che mi dice che forse è la cattiva alimentazione (??) (pesante avere un medico di famiglia che ha un livello di professionalità medica quanto un mio collega, barista). Un giorno libero accompagno mia nonna a fare delle visite in una struttura medica. Mentre attendo mi perdo a leggere i tanti quadri appesi con ossa, muscoli, consigli e uno in particolare riportava l’anatomia della mano: “il mignolo, anulare e medio si sono addormentati come la porzione del palmo della mano sotto ad essi? Al 99% è tunnel carpale”. Fermo un infermiere: “scusi come possono confermare quel 99%?” – “elettromiografia” – “grazie”.

Risulto positivo, anzi quel “estrema sofferenza” sulla cartella dell’esame finale mi ha messo parecchio paura. Gabriele, 26 anni (nel 2015) e già un tunnel carpale. Si dice che in teoria dovrebbe arrivare attorno ai 40, io no. Ciliegina sulla torta, il mio datore di lavoro decide di licenziarmi. Insomma, prima mi cercano, per settimane tutto bene, poi comunico che mi dovrò operare e il giorno dopo “sono sorti problemi”. Sì. Certo. Guardate che la malattia me la paga l’INPS.

Il 22 dicembre un santo mi opera e così devo passare un mese con la mano sinistra bendata. Giocare al primo Injustice era tosto, avevo le dita libere dalla fasciatura, ma i punti tiravano. Cosa potevo fare? Giro nel web e mi ricapita nei correlati un video gameplay di Destiny e mi rendo conto che è sempre stato un titolo che ho visto da spettatore: leggevo qualcosa, vedevo qualche video standard e non capito bene che tipo di gioco fosse. Avendo moltissimo tempo a disposizione, ho approfondito la cosa e, dopo ore di richerche lo bollai come un FPS MMO. Sì che alla fine così era, ma la progessione di livello, il drop e le incursioni o raid erano qualcosa che mi mancavano e che l’ultima volta che le avevo toccate era stato con World Of Warcraft (WOW da ora in poi per gli amici).
Esempio facile e banale, ma su WOW ho passato circa due anni, prima giocando su un server non ufficiale, quindi non pagando l’abbonamento mensile, poi dopo un tre o quattro mesi, incoraggiato anche da altri amici che ci giocavano, ho deciso di ricominciare sui server ufficiali, sborsare i dindoli e fare il culo ad Arthas. Altri tempi e altre storie.

Insomma, Destiny sembrava figo, anche se al pari delle lodi, leggevo anche molte critiche sul fattore ripetitivo ed alienante del gioco. Può essere una critica negativa? Forse. Avevo bisogno di vedere tutto il resto del comparto tecnico e narrativo per farmi un’idea. L’immagine che ho messo a inizio articolo rappresenta l’edizione presa da me. Eh sì, quella è un’edizione di Destiny pubblicata poco tempo dopo il rilascio di The Taken King, che oltre al gioco base e all’ultima espansione, si arricchiva di tutte le altre componenti delle due mini espansioni precedenti. Gioco, creo il mio titano che sembra quello più vicino ad un tank, apro gli occhi e appare il nostro ‘Lumino’. Il mio primo approccio con Destiny è abbastanza brutto, nel senso che giocavo come fosse un semplice FPS, non rientrando nel ragionamento di drop, gestione delle armi o del loro tipo. Che fosse un fucile di ricognizione, automatico o cannone portatile, se trovavo un’arma di poco più potente di quella che avevo, la cambiavo senza pensarci troppo. Dopo appena qualche missione, scoprendo piano piano tutte le sfaccettature del gioco, in particolar modo la progessione del personaggio all’interno di esso e la catalogazione delle armi (quanto bramavo la mia prima arma esotica) decisi di ricominciare tutto dall’inizio. Scelta idiota, comprensibile o non giustificabile, fate vobis, ma volevo ricominciare e godermi il gioco al massimo delle potenzialità che offriva (per esempio le taglie, scoperte troppo tardi, utilissime per livellare).

Giocando in PvP trovavo il personaggio dello stregone parecchio intrigante. Decisi di accantonare quindi il titano per crearmi uno stregone da 0. Tutt’ora, e con le mie 189 ore totali giocate a Destiny, con titano, stregone e cacciatore a livello 40, lo stregone rimane ancora il mio personaggio meglio equipaggiato, anche se il mio titano non scherza, eh!

In un mese di gioco ho livellato e portato nell’olimpo stregone e titano, amando e odiando giorno dopo giorno Destiny. Lo amavo perchè ne percepivo il potenziale stratosferico e lo odiavo per quanto tutto quel potenziale sembrava chiuso in una scatola di vetro: vedi ciò che c’è dentro, lo brami ma a fatica lo raggiungi.
Cerco di spiegarmi meglio. Per tutto il mese di gennaio poco potevo fare, ne approfittai per riprendere alcune visioni che aveva lasciato in sospeso, abbonarmi a Netflix (era arrivato da poche settimane) e anche per provare qualche giochino nuovo visto l’arrivo in casa della PS4. In tutto questo il pensiero era rivolto sempre a Destiny. Magari affrontavo una passeggiata fuori casa, per respirare un poco e non rimanere intossicato tra quattro mura e il pensiero era “dai sì, torno e mi faccio due,tre assalti random”. Il problema arrivava nel momento del drop, squilibrato (speriamo che con Destiny sistemino questa cosa) e frustrante, specialmente quando si gioca per aumentare drasticamente quei punti luce massimi.

In due anni di gioco, mai trovata. In un assalto random, droppate tre insieme. Maledetta Bungie.

Rappresentazione massima di questo pensiero – del tutto personale – lo possiamo verificare nella mia ricerca spasmodica di Ultima Parola, cannone portatile esotico che porcaputtanaètroppofigolovoglio bramavo da tempo. A questo aggiungete anche che i perk non sono neanche male e a tutt’oggi credo sia ancora uno dei migliori cannoni portatili – esotici – esistenti nel gioco.
Eppure Ultima Parola sembrava una sorta di Santo Graal, ne sentivo parlare da tutti come qualcosa di introvabile.
Assalti, nulla. Incursioni, nulla. PvP, nulla.
Stavo seriamente perdendo interesse nel cercarla, volevo fosse lei il mio primo esotico (invece è stato il Monte Carlo, fucile automatico niente male) ma nulla.

Spostandoci mesi avanti, durante l’estate del 2016, giocai ad un assalto random, come sempre. A fine partita il boss mi droppa un engramma color giallo (sono daltonico ma cazzo, un engramma giallo lo vedi), ad inizio countdown il gioco mi ‘regala’ un secondo engramma giallo, che ha corso di pari passo ad un mezzo infarto, e poi durante la schermata di riepilogo della partita, mi regalano lei, Ultima Parola era finalmente mia. Tutto contento mi dirigo dal criptarca per scoprire cosa contengono gli altri due engrammi esotici ottenuti.
Primo engramma: Ultima Parola.
Secondo engramma: Ultima Parola.
TRE. Tre Ultima Parola nel giro di appena 120 secondi circa dall’aquisizione della prima. Tutte allo stesso livello di luce. Un disagio enorme.
Ora, io urlo al bug, perchè non riesco a darmi nessun’altra spiegazione. Ricordo ancora quando a Need For Speed Underground 2, dopo appena tre o quattro gare, droppai un cofano in carbonio, uno dei pezzi che di norma dovresti sbloccare molto avanti nel gioco, non certo nelle fasi iniziali. Increduli gli amici a cui riferivo questa cosa, si dovettero ricredere nel momento in cui li mettevo davanti al pc per mostrargli il fattaccio. Un regalo inaspettato, uscito fuori dalle transenne spocchiose e avare del gioco. Mai come questa volta Destiny mi ha riservato un destino parecchio ironico.

Se per molti che hanno giocato dal D1, The Taken King ha rappresentato il secondo tempo ufficiale del gioco – comprensibile, dato l’inserimento di altre attività ciccione, una nuova sottoclasse per personaggio, nuovo livello massimo 40 e parametro di Luce molto più marcato e importante per le statistiche del Guardiano – per me è stato invece Rise of Iron, uscito il 20 settembre e in perfetta linea con la mia voglia di ritornare sullo sparatutto Bungie.

Sì, ritornare. Destiny ha avuto un approccio con il sottoscritto particolare (opinione che ho riscontrato anche in altri giocatori, ma io vi parlo per mia esperienza): Destiny era quel gioco lì, pronto, veloce per accesso e per immediatezza. Finita la storia potevo perdermi nelle Incursioni, negli Assalti (3/4 delle ore complessive del gioco le ho spese qui), nel Crogiolo (molto più intrigante durante Lo Stendardo di Ferro), nel Cala la Notte o nella Prigione degli Anziani. Poi poteva capitare di perdere due mesi dietro a The Division, con un iniziale entusiasmo per chiudere con una delusione, o qualche giornata su Overwatch. In questo periodo particolare, scoprii un aspetto di Destiny fino a quel momento inedito: escludendo i giocatori seriali, potevo tranquillamente assentarmi dal gioco per un mese massimo, e quando ritornavo a giocarci, c’era quel piccolo elemento in più, tra aggiornamenti o altre attività (vedi la corsa con gli Astori) che aveva l’unico scopo di intrattenermi con le sue novità per un paio di settimane, per poi ritornare alla sua routine quotidiana o, nel mio caso, settimanale: capatina da Xur nel weekend o una decina di assalti la settimana. Peggio di una prescrizione medica.

Ultimo personaggio creato e portato al massimo: la cacciatrice. Sì, serviva un po’ di figa.

Tornato dal Festival di Venezia, andai subito a preordinare la nuova espansione. Anche se avevo usufruito tutto d’un fiato del pacchetto completo – per ora – di Destiny, ero sempre lì, rimbalzavo su quel muro di gomma, alla disperata ricerca di nuovo equipaggiamento sempre più unico, potente e raro. Oh, poi tra le altre, ho trovato il Coniglio di Giada, un fucile da ricognizione esotico odiato da TUTTI. Io mi ci trovo bene. Ancora oggi. Bisogna saperlo usare.
L’uscita di Rise of Iron (I Signori del Ferro qui in Italia) è stata una boccata d’aria fresca. Un’espansione non cicciona come The Taken King, ma la sola possibilità di sconfiggere (di nuovo) Sepkis, era cosa buona e giusta, per di più perfezionato dalla SIVA quindi con un grado di difficoltà molto più elevato. Nuova area social, nuove missioni e armi, la Forgia dell’Arconte è qualcosa di ancora divertente più tutta la versione innevata del Cosmodromo, le chiavi dei Simbionti. Insomma, tante piccole attività terziarie, di piccola rilevanza, ma riempivano un quadro sempre più affascinante e voglioso di essere esplorato in lungo e in largo.
L’evoluzione del personaggio proseguiva senza troppe difficoltà: i nemici si presentavano tutti al livello 42 e ogni drop, di armi o armatura, partiva dal 350 di luce, salendo sempre più. Con tre o quattro missioni la Forza cominciava a scorrere nelle vene del mio stregone. E del mio titano. E della mia cacciatrice.

Punto di forza del nuovo DLC è sicuramente la forza con cui si inseriva in una realtà, molto appetibile adesso, consolidata e testata. Non certo uno sforzo enorme quanto per The Taken King, ma tutto bastava per rubare nuovamente tempo libero e divertirsi nelle diverse attività.

MA. C’è sempre un ma.
Il Matchmaking.
Bungie, Activision o chiunque sia, parliamoci chiaro.
Ora sembra che con Destiny 2 avete inserito una sorta di matchmaking, assorbito all’interno dei clan, a loro volta assorbiti direttamente all’interno del gioco e non più esterni al gioco e opzionabili solo sul sito di Bungie. Questa modalità quindi prevede che, in presenta di un’incursione, un giocatore singolo può mettersi in coda per il matchmaking e ambire ad uno o più dei posti liberi che ogni clan può lasciare vacanti proprio per aiutare chi non gioca in gruppo o attualmente, non ne possiede uno.
Sembra una sorta di talent show dove magari, se si gioca bene, si avrà anche la possibilità di far parte di un clan. In due anni non ho mai fatto parte di un clan, da WOW ho avuto esperienze negative (roba di gente che chiedeve le ferie al clan per andare in vacanza d’estate, con la paura di ricevere una risposta negativa). Vado da solo, anche se ho sempre sognato un sistema di matchmaking in Destiny. Osservare, rubare con gli occhi e perfezionare.
In The Division il matchmaking c’è, ma è praticamente inutile se tra i giocatori non c’è comunicazione e ognuno si muove individualmente. Questa soluzione integrata con i clan potrebbe (potrebbe, eh!) essere una carta vincente.

Ma tolto questo, con qualche amico e altri sbadati internauti, Destiny è stato completato in lungo e in largo. Un parabola interessante quindi, tutto inizia in un momento non dei migliori, molto tempo a disposizione, un pacchetto di Destiny corposo da spolpare tutto, alcune parentesi di pausa, complici l’uscita di altri giochi (Uncharted 4, The Division, Resident Evil 7, Final Fantasy 15, Doom, Horizon: Zero Dawn) e la voglia di tornare sempre lì, per droppare più bottino possibile, incazzarsi per tutto quel potenziale perso come lacrime nella pioggia e rendersi conto di essere entrati nel tunnel (carpale) di Destiny. Non droga. Mai arrivato a quel punto, forse solo con Football Manager ho toccato fondi oscuri e vergognosi, ma ne sono sempre riuscito.
E ora sono qui, ho perso circa tre giorni dietro queste parole, che non è una recensione, tanto meno un’analisi, ma semplicemente un’opinione molto personale, farcita da relativi aneddoti. Tanti sono i detrattori di questo titolo, è anche vero e giustificabile che poi, giocando titoli clamorosi come l’ultimo Doom, si scopre come la formula FPS di Doom del semplicistico “uccidi o verrai ucciso” sia quasi sempre meno fruibile da un tipo di pubblico, in particolare quello piccolo, perchè se premi L2, in Doom, non miri. Dai davvero?

Destiny è stato uno riscoprire un genere, quello degli MMO, che come dicevo sopra, chiusa la parentesi WOW avevo totalmente abbandonato. In realtà ho nerdato per circa un anno su DC Universe Online ma mai con la stessa voglia o entusiasmo.

Minchia però Oryx è proprio figo. Tornerà in Destiny 2?

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