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2015, Film, Recensione

The Transporter Legacy

Alcune volte, chi è dietro il foglio o il computer per approvare o distruggere un film, ha quel compito difficilissimo di ‘difendere il nuovo’ e ancora di più ‘non vincere ma convincere’.
Quando uscì il primo The Transporter, la rete o le discussioni da bar erano le solite, il film stupido, leggero, senza trama, con un attore ancora sconosciuto come Jason Statham (lanciato proprio dal franchise The Transporter) che prende tutti e tutto a colpi di arti marziali.

A seguito ne arrivarono altri due sequel, atti a formare e chiudere una trilogia che, personalmente, ho apprezzato. Come ho apprezzato la saga de I Mercenari.
Ma perché questo? Perché sono film che nascono con un’identità ben definita, non si prendono sul serio e hanno la forza negli attori che vanno a comporre il cast. Un caso come I Mercenari è abbastanza chiaro, riunire le maggiori icone del cinema action e metterle tutte insieme in un film. Perché amate tanto stupidi eroi con mantelli e armature di metallo che si uniscono per combattere il cattivone e odiate tanto Stallone e Swarzy?

Allo stesso modo, The Transporter viveva di Jason Statham e film del genere servivano solo a mostrare la sua maestria nel muoversi all’interno dello spazio scenico; lui sapeva l’arte del combattere e la metteva in mostra rendendo veramente interessante e divertente l’esperienza.
Con questo reboot/sequel invece vengono meno tutte le aspettative fatte prima.

Ed Skrein, nuovo Frank Martin, non conosce assolutamente le arti marziali ed è la prima cosa che mi sento di dire. Paradossalmente film come The Bourne Identity avevano lo stesso problema: Matt Damon all’epoca non si era allenato abbastanza, si vedeva, quindi la soluzione era solo una, aiutarsi con un gran lavoro di velocità, regia e montaggio, così da far sembrare le mosse goffe di Damon, veramente eccezionali e farci credere che fosse un agente segreto al top del top.

Qui questo espediente non aiuto, anzi, mostra tutta la finzione del film. Skrein si muove con qualche povera coreografia che la regia tende sempre a non farci vedere, seguendo un ritmo impostato dal copro dell’attore che viene gettato a destra e sinistra per la Costa Azzurra.
Sommariamente si potrebbe sorvolare su questi aspetti, ma erano proprio il cuore che rendeva The Transporter quel che era e che qui viene assolutamente a mancare.
Si cerca invece una dimensione buddy movie, con l’inserimento del padre di Frank Martin, interpretato da Rey Stevenson, ma anche questo aspetto fallisce, regalandoci, paradossalmente, un personaggio simpatico, misterioso che in più occasioni ruba la scena al vero protagonista del film.

Voto finale: 4/10

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