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2015, Film, Recensione

Tracers

TRACERS – PARKOUR ALLO STATO PURO/BLANDO
Di Elisabetta Da Tofori

“Non ci sono limiti, solo ostacoli”, così, recita la locandina di Tracers, terzo film del regista statunitense, Daniel Benmayor, in sala dal 5 agosto.
Cosa poter dire di un film preso a scatola chiusa, per cui la tua prima reazione è di alzarti dopo solo dieci minuti ed uscire di sala imprecando non so contro chi e cosa per aver speso 5€ per una tale mediocrità. Anche se poi alla fine dei conti rientri in sala con un rospo in bocca, sforzandoti di buttar giù il boccone amaro.

La trama vuole apparire intrigata e strutturata, ma risulta essere solo il prodotto finale frutto dell’elaborazione di cinque sceneggiatori che hanno sparato idee a zero per un film che contiene sì, tanti buoni spunti ed escamotage narrativi interessanti, ma che restano solo delle note lasciate in sospeso, mal sviluppate e spesso pure incomprensibilmente dimenticate.

Tracers (termine inglese per definire colui che si occupa di rintracciare oggetti) è la storia di un ragazzo Cam (Taylor Lautner) che prima mosso dai sentimenti per una ragazza, Nikky (Marie Avgeropoulos), e poi per debiti contratti con la mafia cinese, è spinto ad entrare all’interno di una crew di parkour, capeggiata da un agente dell’FBI corrotto.
Pure qui ricorre uno dei temi già emersi nel film d’esordio di Benmayor; infatti, come in Paintball (action horror spagnolo, del 2009) così in Tracer emerge la questione sulla clandestinità e di conseguenza tutto ciò che ne deriva: disagio sociale, emarginazione e inadeguatezza.
Si passa, poi, da quello che sembra un balletto amoroso tra due amanti, che ha per sfondo una New York tinta dal grigiore dei tetti e dei fumi di scarico, fino ai moderni ninja su commissione che si prestano ad effettuare furti di prove e di materiale incriminante.

Più che un action drama sembra più un’altalenante sali e scendi di stati emotivi dettati da sentimenti umani che vanno dalla ricerca, al rifiuto, dall’identificazione ed all’abnegazione, proprio per esaltare quella morale esplicita che custodisce l’intero film, per cui il parkour diventa uno stato della mente al fine di superare i limiti e gli ostacoli posti dal mondo reale, circostante. Così, la filosofia di questa disciplina cittadina, nata in Francia agli inizi degli anni ‘90, si esprime in tutta la sua bellezza, fisicità, atleticità e ritmo di movimento nell’ambiente urbano.
Tanto per restare in tema di morale, tanti sono gli insegnamenti che vuole tramettere fino a portare gli occhi dello spettatore a perdersi dietro alle inquadrature e soggettive rapide e instabili che inseguono tutti quei bambini che si divertano in quel parco giochi fatto di macchine, edifici, scale e ostacoli da superare ed oltrepassare. Anche se, alla fine dei conti, predica bene negli intenti, ma razzola male nella forma, “tanto fumo e niente arrosto”, “va la gatta al lardo che…” (no questa non c’entra niente).

Anche se riferimenti a cose o persone non sono puramente casuali considerando il bel pezzo di carne fresca, idolo delle teen, Taylor Lautner che ormai si trascina dietro dagli anni della saga di Twilight la natura di maschio alfa che ancora una volta emerge insistentemente.

Però a dispetto di tutto, va fatta una piccola nota positiva per la fotografia rustica, graffiante e grezza come l’asfalto delle strade ed il cemento dei muri, molto underground e street style.

Voto finale: 5/10

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