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2015, Film, Recensione

Mia Madre

Lontano dai classici temi a lui cari, Nanni Moretti gira il suo film più intimo, come scoprirsi in età avanzata a creare qualcosa di nuovo e questa volta fare un film che racconti, in qualche modo, con le sue sfumature, la perdita della madre di Nanni Moretti durante le riprese di Habemus Papam.
Ma lui è troppo coinvolto, si mette dietro e lascia spazio a Margherita Buy, che nel film interpreta, appunto, Margherita, una regista impegnata in un film a sfondo sociale che si divide tra il set e relativi problemi e l’affronto della malattia della madre insieme al fratello Giovanni, Nanni Moretti.

Ma esattamente, mamma, che malattia ha?

Inadeguatezza. Questa la parola chiave del film. Margherita è una persona insicura, senza risposte. Forse lo è da sempre o solo in questo momento delicato, ma tutto esplode in una rabbia repressa, in un rapportarsi con il prossimo in modo conflittuale. Ogni problema di Margherita, anche il più piccolo, diventa enorme, un grande vortice che raggiunge tutti e nonostante qualcuno cerca di fargli capire che non può far entrare tutti per osmosi nei suoi problemi (la madre e il fratello) lei non si accorge di questi consigli, anche quando gli vengono sparati in faccia dal suo ex compagno, con cui divide il set, ma che ha lasciato per motivi futili. Debolezza di lei? Egoismo? O forse solo un bisogno inutile di dare un senso a tutto, ad avere risposte alle quali nessuno potrebbe accontentarla.
La madre fino a pochi giorni prima stava bene, improvvisamente sta male. la causa è nota, ma sempre troppo al buio, quasi a volerla nascondere per avere un motivo per stare male.
Se lei è insicura, il fratello Giovanni invece sembra avere tutte le idee chiare: sa cucinare, conosce i gusti della madre e lascia il lavoro senza battere ciglio. Questo lo rende perfetto agli occhi della madre? Margherita è invidiosa? Eppure la madre si sente bene quando ha Margherita al suo fianco, ma come tanti altri rapporti madre-figlia, quest’ultima si aggrappa fino allo sfinimento alla gonna della madre e vorrebbe un miglioramento che non arriva, quindi ecco che arriva il rifugio nei sogni, sempre pieni di pregiudizi e alla gogna di tutti (la scena del sogno di tutti in fila al cinema, sicuramente per vedere il suo film è chiave, come lo stesso fratello Giovanni che lo trova e gli consiglia di rompere i suoi schemi, non per adeguarsi, ma per liberarsi da problemi che non esistono), ma possibili e ‘reali’ il giusto per sdraiarci ancora nel letto dei nostri genitori.

La realtà di Margherita non è delle migliori: stretta, piena di incomprensioni, ma tutto è derivato da lei e il personaggio di John Turturro ne è la chiave, a interpretare un attore che soffre di perdita di memoria, non ricorda quasi nulla e deve andare in giro con delle foto con relative descrizioni delle persone che ha attorno (ricordate Memento?) e forte del classico “il regista sa sempre cosa fare”, lei no, non sa cosa fare, si scaglia contro gli assistenti che gli danno sempre ragione e contro lui, l’attore che non ricorda più le battute che cercherà di difendersi con il peso del suo problema “il cinema è una merda, non è la mia realtà, datemi una realtà”, detto dall’uomo che potrebbe dubitare di quello che ha scritto nelle foto perchè forse, influenzato da altri, ma purtroppo, non ricorda.
Margherita invece ricorda e sarà l’unico modo per prepararsi a salutare la madre e trovare la risposta alla domanda “dopo la morte, cosa rimane di tutti i libri nelle librerie?”

Voto finale: 8/10

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