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2015, Film, Recensione

Humandroid

C’è una grandissima premessa necessaria da fare, che è anche la sintesi della pellicola: Humandroid (Chappie in originale, ma noi siamo italiani e dato che sentiamo sempre parlare di chiappe in tv, era facile confondersi, ergo, cambiamo in Humandroid) non è assolutamente un film per tutti. La poetica affrontata dal regista Neill Blomkamp è sottile, quasi invisibile, ma decisiva.

Siamo nel 2016, sudafrica, la criminalità ha toccato livelli non più gestibile dalle sole forze dell’ordine, che perdono uomini giorno dopo giorno, così si decide di affiancare agli agenti in azione, dei droidi, che ‘vivono’ secondo ordini prestabiliti. Ma l’ingegniere che ha progettato queste macchine (Dev Patel) vuole di più, vuole una vera intelligenza artificiale e ne installerà una su un droide di nascosto e nascherà Chappie.
Come nuova nascita, Chappie dovrà imparare tutto, a leggere, parlare e capire cosa sia il bene e il male, ma i pericoli sono dietro l’angolo e Chappie dovrà difendersi, come nuova forma di essere senziente, salvaguardare se stesso.
Anzi, più che dietro l’angolo, i pericoli vengono dall’uomo, sopiti da qualche parte del cuore.

Da quando nel 2008 la Pixar ha tirato fuori quel capolavoro di Wall-E, nessuno avrebbe pensato che quell’idea che conoscevamo del “uomo buono, robot cattivo” e rivista nel film d’animazione come il robot non più una minaccia, ma anzi, sarebbe usciti tanti altri film dalla ‘semplice’ morale: il futuro non appartiene agli umani (egocentrici, militarizzati e violenti) ma alle loro creazioni, i robot, nuove vite senza vizi o cattiveria ma con quella cosa che gli uomini hanno perso: l’umanità.
Il film di Blomkamp si sofferma proprio su questo aspetto. L’uomo, che con il passare del tempo, ha perso quel briciolo di luce nel suo corpo, abituato a ‘vivere’ 24 ore su 24 non riesce a fare dono di quello che ha e delle sue potenzialità, anzi, mette a ferro e fuoco il mondo per il proprio gusto perverso di superiorità, anche al punto di uccidere (il personaggio di Hugh Jackman, antagonista del film, è tutto questo).
Però, perchè quella premessa iniziale? Ci sono evidenti difetti nel film, narrazione altalenante, parco di attori gestito malissimo dal regista, ma il nodo, la cruna dell’ago è il finale; Neill Blomkamp ci ha dimostrato con i precedenti film (District9 e Elysium) di essere cresciuto a pane e fantascienza e se per tutto il film, la narrazione oscilla tra racconto d’autore e blockbuster, gli ultimi dieci minuti sono quelli che rivelano la vera natura del film, un vero e proprio film di fantascienza, di quelli cari a Blomkamp che contengano sia l’intrattenimento che la critica sociale, necessaria e punto forte del regista.
Inutile dire quindi, che per apprezzare questo film, bisogna essere veramente di larghe vedute e capire il nocciolo, il cuore pulsante della storia raccontata.
Articolo pubblicato su OverNewsMagazine.com

Voto finale: 7/10

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