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2012, Film, Recensione

Eva van end

EVA VAN END – NON GUARDARE ALLA FORMA MA ALLA SOSTANZA
di Elisabetta Da Tofori

Eva van end è una commedia grottesca dai tratti drammatici; il film, una produzione olandese del 2012, non è mai uscita nelle sale italiane, ed è disponibile attualmente, a partire dal 31 gennaio 2015, sui grandi schermi di tutta Spagna, da dove vi scrivo.
Questa commedia dal sapore amaro e dallo spirito indipendente, opera prima del regista trentenne Michiel ten Horn, va a creare nei suoi 98 minuti un amalgama delle tematiche più disparate e dei personaggi più svariati, lasciando che tutto ciò rimanga un po’ in sospeso, lasciando così l’intera vicenda abbandonata al caso e allo scorrere degli eventi.

La trama semplice e minimale, che narra delle misere vite di una (apparente) famiglia normale (anche se ciò risulta essere un eufemismo); il film in se non è un prodotto originale ma solo il risultato di qualcosa di già visto ed assaporato, per tale motivo può apparire indigeribile agli occhi di coloro che hanno apprezzato la buona riuscita di alcuni di questi film ispiratori.
Da I Tenenbaum, film del 2001 diretto da Wes Anderson, agli Hoover di “Little Miss Sunshine”, de 2006, come in questo specifico caso per i van End, queste sono tutte storie di famiglie su di generis alle prese con un viaggio figurato o metaforico alla scoperta del senso stesso del loro percorso come singoli individui che come membri di una piccola comunità domestica.

Le vite dei cinque van End sono stravolte dall’arrivo nella propria casa di un ospite inatteso e quasi indesiderato, una ragazzo tedesco, apoteosi stessa della perfezione. Veit (Rafael Gareisen, che forse potrete aver intravisto in “Storia di una ladra di libri”) si insinua con discrezione all’interno di questo disfunzionale nucleo familiare; lo studente che prende parte all’intercambio organizzato dell’istituto che la nostra protagonista frequenta. Così, quasi inosservato si introduce con astuzia nelle fitte trame di relazioni traballanti, di incomprensioni e di silenzi.
Eva, sono sufficienti poche parole per descriverla proprio come quelle che fuoriescono dalla sua bocca; è una ragazzetta silenziosa, timida, dall’aspetto goffo e minimamente attraente ed è da lei che avrà inizio l’evoluzione dell’intera famiglia partendo da piccoli gesti ed atteggiamenti fino a raggiungere il culmine con l’inspiegabile atto di violenza contro il piccolo coniglietto.
Il tutto avviene in un arco temporale ben definito, venti giorni per innescare la bomba e farla detonare e stravolgere, anzi no, ribaltare o ristabilire quell’ordine naturare di rapporti, relazioni e sentimenti.
Qui il bel tedesco soggiornerà la famiglia van End grazie al suo fascino, alle sue buone maniere, ai suoi racconti ammalianti e ai garbi gentili e raffinati, andando a creare uno scompiglio tale da restituire un nuovo equilibrio all’interno del piccolo nucleo familiare.
Emerge, così, un’aspra critica alla società che ormai ha perso, o più correttamente, ha dimenticato quei valori basilari di famiglia, di dialogo, di comprensione e di rispetto reciproco che regolano l’ordine naturale delle relazioni.
Il film appare quasi come un’intera metafora dell’89 e del Crollo del Muro di Berlino, gesto che restituì sì l’unione fisica e storica all’Europa ma non tanto di quel completo ristabilimento di ordine originario delle situazioni.

La semplicità della trama, tuttavia, è compensata da un elaborato e complesso studio dei movimenti di macchina che accompagnano i personaggi in questo cammino di crescita individuale e sociale.
Infatti, la staticità non appartiene a questo film, grazie ad una continua e radicale evoluzione; il tutto, inoltre, è incoraggiato ed esaltato da una virtuosa operazione registica sulla scena. Possiamo, così, identificare tre livelli distinti all’interno della struttura filmica, ciascuno dei quali scandito da movimenti di macchina sempre più complessi ed elaborati. Il primo livello è caratterizzato da una staticità che si risolve con semplici movimenti di camera a procedere e a retrocedere, fino a raggiungere movimenti di 90° per concludere verso il finale con rotazioni di 360°, trasmettendoci la sensazione di trovarci in un sogno.
Questo è ciò che salva l’intero film: la bellezza della semplice quotidianità vista attraverso un occhio anticonformista che con i suoi crescendo all’interno della scena ci restituisce frangenti di una realtà familiare percepita attraverso le più disparate angolature di visione.

Voto finale: 6,5/10

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