Le leggi del desiderio

Silvio Muccino è tornato.
Verrebbe da chiedersi, ma è mai arrivato il suo cinema?

Approfittando dell’instabilità mentale del fratellone Gabriele, dopo aver abbandonato le scene per circa cinque anni, Silvio Muccino torna (?) a dirigere (?) e interpretare (?) se stesso ne Le leggi del desiderio
Prendendo spunto da questi Life Coach che tanto piacciono negli States ma che tardano ad arrivare o affermarsi qui nel nostro bel paese, Muccino jr. spolvera qualche commedia sentimentale statunitense, qualche altra europea e ci confeziona Le leggi del desiderio, dove interpreta, appunto, uno di questi life coach che deciderà di cambiare la vita di tre persone, in sequenza, Nicole Grimaudo, Maurizio Mattioli e Carla Signoris.

Il film ha bisogno di diverse chiavi di lettura. In questo contesto non andrò a criticare il Muccino regista, perchè più o meno se la cava, una leggera maturazione dalle esperienze precedenti, ma che presenta sempre qualche sbavatura, specialmente quando l’oggetto da dirigere è lui stesso.
Altro problema, non che me ne voglia Silvio Muccino, ma ancora non ha quella maturità per imporsi come attore protagonista. Quando lo vedemmo nei primi film, potevamo dire “sì ok, interessante, è un giovane attore, può migliorare”, ma invece sembra che si sia fermato, oltre quello non riesce ad andare e quando lo vediamo di fronte ad attori come i tre citati sopra, la differenza si sente e si vede.

Ma il punto veramente basso è la sceneggiatura: scritta insieme a Carla Vangelista, l’intento è quello di prendere spunto da quelle leggere commedie romantiche statunitensi e aggiungerci quel tocco europeo di messaggi raccontati indirettamente senza l’aiuto di battute o spiegazioni, ma il film cade proprio in questi punti, con una commedia che da ridere presenta poco (l’unica parte da commedia sono le battute di Maurizio Mattioli) e con discorsi che vengono troncati a metà da frasi di circostanza, con l’intento di creare la giusta atmosfera.
Tutto questo crea un film confezionato nel classico taglio ‘italiano’, con le sottotrame dei tre candidati, volendo anche interessanti a rappresentare le tipiche maschere italiane, ma che scendono nella conclusione più scontata possibile e prevedibile già dalla loro presentazione nei primi minuti del film.
Buono il coraggio di voler presentare qualcosa di ‘diverso’, ma ancor meno il fatto di non essere riusciti ad arrivare in nessun punto, lasciando cadere il film nel classico “e vissero tutti felici e contenti” (e con bimbetti in arrivo) così da far accontentare tutti, ma in una ricerca generale, il film è quella commedia sentimentale che, primo, non fa ridere, secondo, non presenta assolutamente nulla di nuovo nello sviluppare la parte sentimentale.

Voto finale: 5/10

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