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2015, Film, Recensione

American Sniper

Parliamoci chiaro sin da ora: American Sniper è un film di propaganda e di chiamata al reclutamento nell’esercito.
Non lo dice una frettolosa analisi, ma è la pellicola stessa che emana questo chiaro messaggio.

Ormai Clint Eastwood ci ha abituati al suo ritmo, uno, alcune volte quasi due film ogni anno. Se appena la passata primavera eravamo al cinema a vedere Jersey Boys ecco ora uscire il 1 gennaio 2015 il suo ultimo film, American Sniper, la storia vera di Chris Kyle, cecchino dei Navy SEAL che durante le sue missioni in Iraq ha collezionato più di 160 uccisioni, tanto da diventare una “leggenda” tra i suoi commilitoni e la storia la posizionerà tra i soldati più letali della storia americana (per grazie dei tag line del poster).
Lasciando dietro dialoghi di peso e raffinati, il film di Eastwood risulta molto più diretto e povero: un cecchino, la sua filosofia “Dio, patria e famiglia”, i commilitoni come fratelli, la guerra e moglie e figli a casa. Clint però usa il genere del film di guerra per creare un ‘suo’ film di guerra, mostrando il suo lato repubblicano e patriottico, che potrebbe portare sicuramente alcune critiche negative, a diverse questioni intime ed etiche: è giusta la guerra? Quali sono gli effetti che questa porta sugli uomini e sul loro ritorno alla normalità a turno finito?

Lontani dall’intimità e dalle domande di Malick, Clint Eastwood si concentra sull’uomo, americano del Texas e quindi molto attaccato alla sua patria. La sua guerra in Iraq diventerà prima a difesa della patria, poi con l’inserimento dell’obiettivo, Mustafa un cecchino Siriano che combatte per i ‘cattivi’ quindi esponente del ‘male’, termini che vengono usati da Kyle stesso, la battaglia diventa personale; due uomini, due fucili e un proiettile che potrebbe fare la differenza. Eppure a casa c’è la sua famiglia, moglie e figli e il soldato non riuscirà a tornare indietro, il ruolo di padre e marito non trova più spazio in quella micidiale macchina da guerra e quindi ecco che ci sarà l’ennesimo scontro da affrontare, quello più duro, tra le mura domestiche. La guerra ha cambiato Chris e tutto il suo modo di vedere le cose attorno a lui.

Non è assolutamente il miglior Eastwood, l’eccessivo patriottismo fa storcere il naso eppure qualcosa c’è, in più di due ore dove molte volte le sequenze introdotte volte a dare una sfumatura, sono inconcludenti o troppo povere. C’è qualcosa nello sguardo perso di Bradley Cooper, nel suo tenere il respiro prima di fare fuoco e di affrontare i suoi drammi personali, le sue uccisioni (molti sono bambini e donne). Il film usa espedienti già noti al cinema di genere ma Eastwood li usa a suo favore. Ci dice che Chris Kyle è un eroe, anche se ha ucciso, ma non lo critica e non lo rende neanche un martire. Tutto è a favore di un ritmo, nel montaggio, narrativo volto ad abbracciare un bacino di pubblico vasto. Si può essere contro o pro attività belliche, eppure in questo minimalismo di genere, Eastwood confeziona un film che pur riconoscendone i difetti, si dimostra un prodotto notevole.

Ah, Clint Eastwood ha 84 anni. Così, per dire.

Voto finale: 7/10

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