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2014, Film, Recensione

Locke

“Sono Ivan Locke. Parto ora.Tra circa un’ora e mezza sarò lì”.

Inizia così Locke, opera seconda del talentuoso Steven Knight, a dare il via, quasi per gioco, al minutaggio del film, 90 minuti dove il nostro one man show, Tom Hardy, riempie questo tempo nella notte autostradale londinese guidando la sua auto verso un ospedale. E’ sera, Ivan Locke ha appena finito di lavorare. Perchè è diretto lì? Perchè non torna a casa? Cosa è successo a lavoro? A tutte queste domande abbiamo risposta grazie alle telefonate che Locke riceverà e farà e ascoltando i discorsi con i diversi interlocutori.

Niente di più semplice e minimale: un attore (un grandioso Tom Hardy, che sceglie un ruolo umano, non più una maschera scritta), un auto, una settimana di riprese, tre macchine da presa e l’emozione che cattura all’interno dell’abitacolo.
Ivan Locke è un capocantiere che l’indomani mattina dovrà assistere la più grande colata di cemento dell’Europa, ma non potrà esserci, perché è diretto verso uno sbaglio che lo perseguita da circa otto mesi: un figlio che sta per nascere, ma la donna non è sua moglie.
Ecco che la ‘trama’ (difficile ma fantastico chiamare trama un film che ci fa vedere un uomo che guida durante tutto il film) ci mostra il nostro protagonista che in questo lasso di tempo dovrà risolvere tre problemi differenti: gestire una donna che non ama ma con una colonna portante morale nel riconoscere questo bambino in arrivo, risolvere problemi a lavoro in quanto gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo e dare la notizia alla famiglia, cercando la comprensione della moglie e commuovendosi nell’amore che i figli provano per il padre.
Tutto questo ha come contorno un fantasma di Ivan Locke, quello del padre, mostrato con l’espediente dello specchietto retrovisore (roba già vista, ma gestita benissimo). Un padre che a suo tempo ha abbandonato Ivan Locke ancora in fasce ed ecco che la ciclicità della vita e del destino propone la stessa ‘sfida’ al nostro protagonista. Fare lo stesso sbaglio del padre o cercare di cambiare un egoismo forse scritto nel nostro DNA?

Un fantasma visto solo da Ivan, un film quasi sussurrato (sono a favore del doppiaggio, ma qui il lavoro è stato molto superficiale e rovina l’atmosfera) con due momenti di crisi di nervi e conseguente urlo liberatorio rendono la recitazione di Tom Hardy impeccabile, regalandoci un personaggio umano, con un principio di influenza che, con molta tranquillità, gestirà, prendendo medicine, trattenendo starnuti o soffiandosi il naso, creando una vicinanza emotiva con Ivan, anche non condividendo le sue scelte o le sue motivazioni.
Il grande colpo di questa pellicola, che rende il film affascinante, non è la regia, la fotografia o la sceneggiatura curatissima, neanche la grande prova di Tom Hardy, ma bensì, il finale.

Lontano dai classici finali buonisti di Hollywood, Locke mette sul tavolo tutte le carte, mostrandole e abbiamo la morale, forte, dura (come il cemento) di Locke, nell’affrontare queste tre diverse situazioni, con l’obiettivo finale di riuscire a risolverle tutte, sia per il suo essere “sono nove anni che lavori con noi e sei sempre stato efficiente in tutto”, sia per una sorta di rivalsa, un’occasione per distinguersi dal marcio del padre, con un fantasma personale di esso che lo perseguita.
Locke è una sorta di anti eroe. Il finale spiazza in quanto lui prenderà la strada moralmente errata, ma la costruzione e narrazione del personaggio ci mostra come lui ha la sua moralità su alcuni principi. Ne è prigioniero e il suo essere Ivan Locke gli obbliga di porre rimedio a tutto. Quello che per lui sarà giusto, per noi sarà sbagliato, forse perché ubriacati dalla solita morale positiva americana (il film è una produzione inglese) vedremo male il finale, ma non potremo fare altro che voler rimanere su quella macchina con Ivan Locke e i suoi fantasmi personali.

Voto finale: 8.5/10

Locke è un film difficile, non piacerà a nessuno, ma è una sfida cinematografica che, agli amanti del genere, difficilmente risulterà persa.

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