Non buttiamoci giù

Da meno di una settimana, al cinema il film tratto dal romanzo di Nick Hornby.

 

 Trama, potrei dire ‘delle più semplici’, ma che in parte è così, ma tutto nasconde molto di più. Notte di capodanno. Quattro persone si incontrano per caso sul tetto di un palazzo molto alto. Cosa hanno in comune? La decisione di suicidarsi. L’incontro casuale lì porterà a non buttarsi più giù e di provare ad andare avanti almeno fino al giorno di San Valentino, “qual’è un altro giorno che la gente tende a suicidarsi?” e vedere se vale la pena continuare a vivere o no, creando una sorta di gruppo di sostegno amatoriale.

Come accennato sopra, il film è tratto dallo stesso omonimo libro di Nick Hornby che personalmente, apprezzo moltissimo, sia l’opera, che lo scrittore stesso. Anzi, potrei concludere la premessa, dicendo che è lo scrittore inglese che attualmente, preferisco in assoluto, proprio per il suo stile di portare storie su carta, con il suo stile in parte dissacrante, in parte critico, approfondito e condito con il classico black humor british, che è sempre qualcosa che va ad aggiungere, mai a togliere, classe e stile ad un romanzo.

Partiamo dalla premessa più importante: il film non mi è piaciuto e credo che sia forse il film più brutto tra tutti quelli che sono stati tratti da un romanzo di Hornby.
Il tema del suicidio è abbastanza scomodo, non a livello narrativo, ma proprio umano: come parlare di quattro aspiranti suicidi che si concedono del tempo extra per pensarci e vedere come vanno le cose? Quindi i possibili risvolti finali sono due: o crea un’opera interessante, o una cagata colossale.
Il romanzo rientra nella prima categoria.
Il film vince totalmente la seconda.

Il suicidio, a meno di instabilità mentale, ha dietro motivazioni estreme, i classici vicoli ciechi che dici “basta, non ce la faccio più”, eppure in questo film, i nostri quattro protagonisti sono delle figurine, piatte, macchiette di qualcosa che nel libro invece era bello e argomentato: l’introspezione dei personaggi.

 Nessun personaggio è approfondito, mettendo in risalto il tema del suicidio come qualcosa di facile e semplice. L’eccesso è il personaggio di J.J., interpretato da Aaron Paul, che sembra non riuscire a togliersi i panni di Jesse Pinkman da dosso e alla base della sua scelta di farla finità ci sarà: nulla. Tutti, nel bene o nel male, hanno la loro motivazione, sempre poco approfondita e superficiale, ma almeno l’hanno. Lui no. “Non trovo motivi per andare avanti”. Bene. Anzi, male.
Nella noia incredibile del film (sì, il film, nonostante la classica ora e mezza, mi ha annoiato a morte) si salvano la frizzantissima Imogen Poots (che interpreta Jess) e la bravissima Toni Collette (che interpreta Maureen, forse il personaggio più complesso e anche meglio costruito tra tutti), gli altri tutti dimenticabili.

Nella incessante ricerca di qualcosa di spirituale, in qualche scorcio londinese o esotico, quasi a voler far parlare le immagini (ma non tutti sono Malick), la regia, come la sceneggiatura, si perde inesorabilmente in un mare di banalità, volendo trasformare un racconto, tipicamente inglese (nonostante la stessa produzione sia inglese) in una classica commedia americana.

Il punto più basso del film, lo troviamo nel mezzo, durante la vacanza: il tutto è portato sullo schermo come se fosse una puntata di The O.C.

In tutto questo terremoto, mi ripeto, si salvano solo Imogen Poots e Toni Collette. Se volete un motivo per vedere questo film, trovatelo in loro.

Voto finale: 4,5/10

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