Snowpiercer

Nonostante sento di dovere di vedere il film almeno altre due o tre volte, provo a dire la mia.

 

Trama delle più semplici. Futuro. Il mondo vive un’altra era glaciale. Nessuno si è salvato, tranne un gruppo di persone che sono sul treno, una locomotiva, con binari seminati su tutto il globo terrestre, che non si ferma mai. Il treno è la vita e ogni vagone costruisce una scala sociale ben definita: in coda ci sono gli emarginati, i ‘poveri’, mentre alla testa i privilegiati. Curtis, che ha passato più di 17 anni in coda, decide di iniziare una ribellione e arrivare in testa, perchè chi arriva alla locomotiva, conquista il treno, unica fonte di vita in questa apocalisse di ghiaccio.

Negli ultimi anni, di film strettamente populisti ne abbiamo visti molti. Ultimamente a far parlare molto ci sono stati Elysium e in chiavo più leggera, The Lego Movie; tra questi, Snowpiercer si inserisce perfettamente.
Si è parlato molto di questo film: presentato a Roma lo scorso 2013, acclamato come capolavoro del cinema di fantascienza e da settimane al cinema. Il problema nasce alla visione del film, in quanto ammetto di essere rimasto totalmente spiazzato. Non sapevo cosa pensare. Molto banalmente potrei elencare, cosa ho trovato convincente ed affascinante e cosa no, così da racchiudere il pensiero positivo e negativo in poche righe, senza espandermi troppo.

Ottima la realizzazione tecnica: il sudcoreano Bong Joon-Ho porta al cinema questo film, tratto da una fumetto francese (cinefumetti ovunque, aiuto) in maniera eccellente. Si parte già bene con la scena del primo attacco al vagone successivo a quello dei nostri protagonisti, per iniziare la ‘scalata’ del treno: diretta, quasi fantasiosa, pochi stunt, molta tecnica, roba da vedere e rivedere più volte. C’è adrenalina, voglia di dimostrare una certa padronanza con la camera.

  Il capo della rivolta è Curtis, interpretato da Chris Evans, che poteva avere l’occasione di togliersi il costume da Capitan America per dimostrarsi valido in altri ruoli. Poteva. Ma voglio spezzare una lancia in suo favore; Evans sicuramente non riesce ad essere così caratteristico, ma è anche vero che Joon-Ho, nella sua narrazione, non inserisce eroi, non ci sono uomini speciali, specialmente quando sono costretti ad vivere per 17 anni, rinchiusi in un vagone. Qualcuno ha le sue capacità, chi sa combattere, chi cucinare, chi disegnare, ma fuori dai loro visi sporchi e vestiti lordi, non c’è nulla. Curtis si inserisce in questo contesto, forse l’unico con quel pizzico di carisma in più, il giusto da poterlo considerare il ‘capo’ della rivolta. Ma escludendo questo, Evans è abbastanza sottotono. Notevoli Tilda Swinton e John Hurt, quest’ultimo con un ruolo minore rispetto alla Swinton, ma si sente il peso sullo schermo.

Film esteticamente accattivante, propone un futuro che abbraccia il genere cyberpunk, che sempre si mal vede al cinema. Molti colori, ogni vagone del treno si differenzia per particolarità. Colori vivi, come la fotografia. Il personaggio della Swinton è particolare, ma non eccessivamente maestoso: rimane nella mente, ma dura poco. Peccato.

Concludo con l’ultima lode a Song Kang-ho, attore che Joon-Ho porta sempre con piacere nei suoi film e l’esperienza tra i due viene ripagata con un’interpretazione ottima, come la giovane Go Ah-Sung (ricordo che la produzione del film è a tre: Corea del sud, Stati Uniti e Francia).

Le noti dolenti arrivano più o meno verso i primi 30 minuti del film, o almeno, personalmente, avevo già capito dove voleva andare a parare il film e quando, dopo due ore, al confronto finale con il ‘capo’ della locomotiva mi sarei aspettato quella cosa che mi avrebbe detto “no, Gabriele, hai sbagliato, il vero finale è questo”, ecco che puntualmente, le mie intuizioni trovano certezze: diciamocelo, il finale è abbastanza banale, siamo lontani dalla fantascienza che cerca di rivoluzionare una visione, o in questo caso, criticare classi sociali, ciclicità del tempo, politica e bigottismo umano, con delle metafore già viste e riviste.

Non è quella pecca che ti rovina la visione, ma sono dell’idea che se già all’inizio del film, arrivo a ipotizzare una fine grazie a dei segni lasciati lì e la e questa si rivela fondata, ci rimango male.
Amo il cinema che ti spiazza, che ti fa pensare e che ti fa male. Tutto questo c’è, è gestito benissimo, ma rende il tutto sottotono, quasi a voler rendere il concetto finale epico, arrivando a questi livelli, ma fermarsi lì, lasciando il finale a qualche gioco di segni e interpretazione (l’orso polare, nella cultura coreana, è il simbolo della rinascita)

A rileggere, sembra che ne ho parlato malissimo, ma il voto è più che buono. Ripeto, il film non è male, una visione la merita, ma sicuramente ho visto film di fantascienza molto più belli.

Voto finale: 7/10

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Un commento

  1. Sono d’accordo con te, ho appena finito di scrivere anche io la recensione di questo film se ti va di leggerla…

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