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2014, Film, Recensione

12 anni schiavo

Recensione pubblicata su Overnewsmagazine.com

1841. Solomon Northup è un uomo libero, violinista, con casa e famiglia a carico, ma viene rapito e venduto al mercato di schiavi. Dovrà abbassare la testa e subire le grazie e le violenze dei diversi padroni a cui passerà di mano, aspettando l’occasione per poter ritrovare la sua libertà.

Tratto dal romanzo “12 anni schiavo”, autobiografia dello stesso Solomon Northup, Steve McQueen, regista affermato e stranamente entrato nelle grazie di molti cinefili e appassionati, grazie ai suoi primi due lavori, Hunger prima e Shame poi, in ordine inverso qui in Italia per via della distribuzione italiana, porta al cinema la storia di questo uomo libero che ha passato dodici anni della sua vita da schiavo ingiustamente.

Per portare la storia su pellicola, McQueen, si avvale di una grande produzione, con grandi nomi. Il film è stato prodotto per gran parte dalla Plan B, casa di produzione di Brad Pitt, che si ritaglia anche un piccolo ruolo, ma di rilevanza; il classico deus ex machina cinematografico, speranza finale per il nostro protagonista Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor) e attorno a lui si accerchiano attori del calibro di Paul Dano, Paul Giamatti, Benedict Cumberbatch e un grandissimo Michael Fassbender, che si fa perdonare quella interpretazione incolore in The Counselor.

Il film, nonostante le grandissime aspettative, non è entrato nelle mie grazie al 100%. La storia viaggia su canoni già visti in altri film e non crea colpi di scena o battute che rimangono. Come già nei precedenti film, McQueen è un regista che ricorda molto i primi tempi di Cronenberg, infatti il suo è un cinema molto carnale, si parla di carne e di corpi umani. Si ha la sensazione che McQueen veda il corpo umano come il più grande peccato dell’essere vivente, lo stesso atto di vivere è una maledizione che ogni uomo deve rimediare attraverso il proprio corpo. In Hunger c’è lo sciopero della fame e il conseguente dimagrimento del protagonista, insieme a tutti gli altri compagni, infiniti copri martoriati dalle percosse dei secondini e delineati dalle ossa sporgenti. In Shame, la droga, il sesso, arrivano a creare disagio sia ai due fratelli protagonisti, che alle persone che hanno attorno, facendo arrivare ad una punizione fisica tutti e due, tramite liti e tentativi di suicidio. In 12 anni schiavo, il corpo è centrale, da una parte vittima delle frustate e successivamente delle relative trasformazioni, tramite le evidenti cicatrici, dall’altra il corpo è la conferma di una vita, di un’esistenza, di un’esperienza e di un nome, cose che verranno tutte private al nostro protagonista, per evitare problemi e cercare di resistere fino al momento in cui arriverà l’occasione per poter raccontare la verità e ottenere la libertà tanto bramata e tolta ingiustamente.

La regia di McQueen è leggermente soffocata. Se il punto forte del suo cinema e della sua regia, sono proprio le scene forti e disturbanti, in questo film, sono leggermente più dosate. Si sente nell’aria una gestione abbastanza frenata di McQueen e si evince il voler confezionare un film, adeguato ad un pubblico generale e che possa piacere all’Academy; sì perché probabilmente il film vincerà l’Oscar per il miglior film.
Insomma, la gestione è buona, ma è un McQueen molto in salsa Hollywood.

I grandi punti negativi sono due: uno è Hans Zimmer, che ricicla per circa due ore, uno stesso motivetto, che allo stesso tempo, è lo stesso riciclo di altrettanti soundtrack dello stesso Zimmer (Journey to the line, tratta dalla soundtrack de La sottile linea rossa, e svariati campionamenti dalla sountrack di Inception), secondo punto negativo è una narrazione che non mette in risalto gli effettivi dodici anni. Dodici anni sono tanti, eppure non vengono descritti bene. Si parla di stagioni che passano, ma la vera angoscia di passare tutto questo tempo lontano dalla propria famiglia e privato della propria libertà, no, non vengono messe molto in luce.

In conclusione, un buon film, con limitazioni evidenti, ma necessarie per fargli vincere l’Oscar.

Voto finale: 7,5/10

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