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2012, Film, Recensione

Take Shelter

Curtis vive in un piccolo paesino dell’Ohio con sua moglie Samantha e Hannah, la loro figlia di sei anni sordo-muta. La sua, come viene definita dai suoi amici, è una bella vita, modesta ma bella. Nonostante qualche problema economico, per le cure e l’educazione speciale della figlia, i due sono veramente innamorati e riescono ad affrontare ogni giorno con felicità. Tutto questo finisce quando Curtis comincia ad avere delle allucinazioni su una tempesta apocalittica che si abbatte sulla città. Allucinazioni che disturberanno il suo sonno, vivendo incubi ogni notte e riversando tutto questo malessere nella costruzione ossessiva di un rifugio in giardino per la tempesta.

Da che cosa sta cercando di proteggere la propria famiglia Curtis? Dalla tempesta o da se stesso?

Tecnicamente il film è da considerarsi perfetto. Nichols riesce a gestire la narrazione (di ben due ore) della storia magistralmente e rende la lentezza il punto forte del film, che però non annoia lo spettatore. La messa in scena di tutta la pellicola è emozionante e più di una volta riesce a trasmettere il senso di angoscia che il protagonista sta vivendo. Bellissima anche la fotografia, giusta in ogni situazione e che ricorda molto il cinema cupo di Fincher. Altro piatto forte sono la ‘realizzazione’ dei sogni e delle visioni di Curtis, rese perfettamente, dove la componente visiva è molto importante, il tutto aiutato da delle riprese molto larghe, quasi a infondere il senso sia di pericolo, che di isolamento del protagonista nel ‘viverle’. Insomma un film che può essere considerato un quasi capolavoro, premettendo che il tutto è una produzione indipendente.

E in ultimo, ma non meno importante, la fantastica interpretazione di Michael Shannon. Forte, emotiva, d’impatto. Da Oscar. Ma anche lui, ai recenti Oscar 2012 era un papabile nella lista, ma non è stato inserito.

Il regista, nonchè sceneggiatore del film, si esprime sull’idea di Take Shelter:

Quando ho iniziato a scrivere Take Shelter nell’estate del 2008, ero a metà del mio primo anno di matrimonio. Anche se la mia carriera e la mia vita personale erano su una strada positiva, avevo un sentimento strano, come se il mondo stesse per presentarmi tempi molto duri. Ho scritto Take Shelter perchè ho creduto che ci fosse un sentimento fuori nel mondo che era concreto, un senso di ansia che era veramente reale nella mia vita e nelle vite di tutte le altre persone nel mondo.

Il regista giustifica così le sue scelte; scelte che ritroviamo nel film, scelte che arrivano dirette allo spettatore. Come già detto, i tempi del film si presentano molto lenti, ma giustificati da un’interessante e funzionale introspezione del protagonista. Una parte molto importante in questo film ricopre il sonoro, specialmente durante le sequenze oniriche del protagonista: incisivo, in crescendo, detta regole ed emozioni visive che le immagini da sole non riuscirebbero a trasmettere.

Evitando odiosi spoiler, il finale è la parte più enigmatica, misteriosa e intrigante di tutto il film. Vedremo teorie cadere, alcune scelte di sceneggiatura a primo impatto inutili, cancellabili che vengono a giustificarsi splendidamente e anche qui, sono le musiche a dettare il tempo, l’emozione e le ultime battute.

Alla fine sarà struggente accompagnare il protagonista in questo viaggio, di cui lui sa di essere un viaggio autodistruttivo verso qualcosa che in passato ha vissuto e che forse lo condiziona ancora. A rendere tutto questo splendido ai nostri occhi è la narrazione, ovvero raccontare un disturbo vero, in un contesto vero, con tutti i suoi rami, belli o brutti che siano.

Un dramma potente, da vedere almeno una volta nella vita.

Voto finale: 8/10

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